Skip to main content

Full text of "Le delizie della villa di Castellazzo : descritte in verso"

See other formats


LE  DELIZIE 

DELLA  VILLA 


CASTELLAZZO 

Defcritte  in  Verfo 

DALL’  ABBATE 
DOMENICO  FELICE  LEONARDI 
LUCCHESE 

Fra  gli  Arcadi 

IL  DO  SIO  FOLOETICO. 


§ 


'/ 

4 


A SUA  ECCELLENZA 

IL  SIGNOR  CONTE 

DON  GIUSEPPE  ANTONIO  ARC0NATI-V1SC0NTI 

Regio  Feudatario  D’Arconate  , Guanzale  , Rovelafca  , Cirimedo  , 
Fenegrò  , Lomazzo  e Signore  di  Caftellazzo  , De’  Signori  LX. 
Decurioni  dell’Ecc,”'1  Città  di  Milano,  Regio  Luogotenente 
del  Vener.  Spedai  Maggiore  della  medefima  , Gentiluomo 
di  Camera  di  Sua  Maeftà  la  Regina  d’Ungheria, 
e di  Boemia  ec.  ec.  ec. , e fuo  Conligliere 
nel  Supremo  Conliglio  d’Italia  ec.  ec. 


Domenico  Felice  Leonardi . 

s 

L 7 E le  Superbe  Singolari  delizie  della  rinomata  Uilla  di  Cafiellazzo 
meritavano  un  afsai  valente  Cantore  , che  le  celebrasse  , non  deve 
TE.  V..  attribuire  a Soverchia  mia  temerità , /e  io,  che  pure  arrogare 
non  mi  poSso  un  tale  onorevole  titolo,  così  deScritte  in  Rima,  ardiSco 
con  il  di  Lei  venerato  Nome  in  fronte  pubblicarle . So , che  qualora 
ctveSsi  dovuto  mifurave  con  T ardire  le  mie  forze  , Sarebbe  in  me 
venuto  meno  qualunque  violento  de  fiderio  di  avventurarmi  ad  un 
miprefia  , per  la  Sua  difficoltà  d’ efito  troppo  incerto  ; Ma  fìccome 
non  d’altronde  ho  preSo  c on figlio , che  dalle  infinite  obbligazioni,  che 
all’ E.  V.  per  mio  Sommo  onore  proSeSso;  così  Senz  aver  riguardo 
alcuno  alla  Scapezza  de  miei  talenti  , ho  cercato  dì  appagare  prin- 
cipalmente l'ardente  brama,  che  aveva,  di  Sur  le  conoScere  la  riSpet- 
toSa  mìa  gratitudine  , per  cui  , Se  non  a^ro  > desiderava  i di  Lei 
Segnalati  benefizj  in  qualche  maniera  rimeritare . 


Per 


Per  la  qual  cofa  non  così  toflo  intefi  , che  di  quefla  fontaofa 
Villa  s’incidevano  qui  i Rami,  per  pubblicar  fi  nella  gran  Raccolta 
di  tutte  le  P ille  di  quefio  Stato  , mi  venne  in  animo  eh  far  sì , 
che  ficcome  quefla  per  vaflità,  per  difegno , e per  delizie  vince  tutte 
le  altre  , fe  ne  formafse  della  mede  firma  ancora  un  Edizione  , la 
quale  fopra  tutte  fi  diflinguefse  ; lufìngandomi  , che  non  farebbe 
riufeito  all  E.  V.  dif gradevole  il  vedere , che  quel  poco  tempo  , che 
all  afsiduo  fludio  della  Giurifprudenza  ini  avanzava  , anziché  ad 
un  più  lungo  ripofo , et  al  divertimento , fofse  da  me  impiegato  in 
celebrare  , febben  rozzamente  , un  Opera  , che  per  efser  tutta  pro- 
duzione delle  ben  regolate  idee  di  V.  E.  ciafcheduno  la  trova , quale 
veramente  fi  è , magnifica  del  pari , e perfetta  . 

Che  fe  poi  alla  nobiltà  del  foggetto  non  ha , neppure  in  parte, 
corrifpoflo  la  debil  mia  Mufa  , vuolfi  dall'  E,  V.  accagionacene, 


non  fa  vafiita  del  dìf  ’egno  , capace  di  fgomentare  qualunque 
ingegno , del  mio  più  fervido , e per  lungh'  ufo  alle  Poetiche  deferì- 
zioni  afsuefatto  ; ma  ancora  la  favorevole  accoglienza  , con  la  quale 
fono  più  volte  fiate  da  Lei  ricevute  le  mie  Compofizioni  , per  cui 
pareami  di  potermi  lufìngare  di  qualche  loro  perfezione . Ed  in  fatti 
giuflo  motivo  io  aveva  per  credere  di  non  andare  in  quefto  mio 
p enfierò  ingannato , ef senio , come  ognun  fa , fcevero  afflitto  da  ogni 
pregiudizio  il  difeernimento , che  ha  in  efsa  Lei  formato  la  coltura 
d ogni  più  ferio , ed  ancora  ameno  fiudio , non  mai  trafeurata  an- 
che in  mezzo  a que  rilevanti  impieghi , che  a gran  ragione  conven- 
gono alla  fublime  , e penetrante  Mente  di  V.  E.  unita  al  /àngue 
illufire , e per  tanti  fecali  chiarifsimo , che  nella  medefima  è trasfufo. 
Per  la  qual  cofa  di  quella  fiefsa  immortalità  di  nome  , che  prefso 
ancora  le  firaniere  Nazioni , con  le  fue  rare  doti  Ella  fi  è acqui- 

fiata, 


fiata  , ben  mi  giova  fperare  , che  qnefl’  incolti  miei  V r fi  parteci- 
pandone , riufcirà  loro  render  durevoli  incontro  agli  anni  quefle  de- 
gne Opere  dell’  E.  V. , le  quali  benché  meritino  per  la  loro  bellezza 
perpetuamente  confervarfi  , ciò  non  pertanto  dovercbbero  anch'  efse 
foggine  ere , per  la  mifera  condizione  delle  cofe  mortali  , alle  frane 
vicende  del  tempo , che  il  tutto  confuma.  Gradifca  adunque  l'E.V. 
il  penfiero  , che  mi  fon  prefo  non  folo  di  fabbricar  loro  uno  flabil 
riparo  contro  quefla  inevitàbil  rovina  ; ma  di  trafmettere  ancora 
a quei  , che  verranno  , un  { Ingoiare  monumento  del  di  Lei  nobil 
penfare , anche  in  ciò  , che  riguarda  il  folo  ojieflo  divertimento . 


INvan,  Signore,  in  tele,  in  marmi,  e in  carte. 

Altri  s’ affanna  per  ritrarti  al  vivo, 

E invan  ia  Cetra  io  vò  temprando  , e ferivo. 
Che  non  v’ha  idea,  che  pur  t’adombri  in  parte. 

Timida  incontro  a Te  fmarrilèe  l’Arte  , 

E dice,  ov’A  quel  foco  , ond’ altri  avvivo. 

Cui  , febben  morte  l’ha  di  fenfo  privo, 

Novella  vita  il  mio  iàper  comparte. 

Ma  le  tue  geffa  in  rammentar  fi  fianca 
La  Fama  , e lènza  lor  l’ Effigie  iftelsa 
Appare  agli  occhi  altrui  men  vera,  o manca,* 

E perchè  a’ Vati  d;  eternar  coftoro 

S’alpetta  , infieme  a tua  fembianza  imprefsa. 

Io  pur  m’accingo,  all’ immortai  lavoro.. 


A Te , Signor , che  a quefto  bel  difegno 
Fra’  più  gravi  penfier  delti  già  loco , 
Rivolgo  i voti  , e Te  mio  Nume  invoco 
A rifchiarar  col  tuo  Iplendor  l’ ingegno  ; 


Ma  tue  bell’  Opre  fon  già  fatte  fegno 

Alle  mie  Rime  : ah!  quello  è feltro,  e il  foco, 
Che  di  Cigno  qual  fui  negletto  , e roco, 

Di  lor  laude  mi  fa  Cantor  piu  degno. 

Per  Te  già  veggo  a miglior  dì  riforte 

Le  Moli  , che  ammirò  l’ età  vetulta , 

Onde  fu  in  grido  Babilonia  , e Roma  ; 

E invan  difserra  all’  avvenir  le  porte 

L’ invido  tempo  , eh’  egli  ha  meta  angulta 
Per  render  sì  grand’  opra  opprefsa  , e doma . 


S Aggio  Nocchier  fe  pria  , che  al  mar  s’affidi 
Su  dotte  Carte  il  guardo  fifsa  , e intento 
L immenlo  Ipazio  , e gli  empi  Icogli  infidi 
Dell’  inftabil  mifura  ampio  Elemento  ; 

Pallido  in  villa  , il  luo  primo  ardimento 

Par  , che  condanni  , e in  luo  penfier  diffidi; 
Poi  fatto  elperto  , col  favor  del  vento. 

Agli  amici  s’invola,  e a’  patrj  lidi* 

Nel  vallo  mar  di  tue  bell’  opre  Iciolgo , 

Signor  , le  vele  al  mal  ficuro  ingegno, 

E a quello  Foglio  l’avido  Iguardo  io  volgo; 

Ma  un  dubbio  corlb  alla  mia  debil  barca 

Veggo  delcritto  , fe  non  v’ha  eh’  il  fegno 
Polsa  additarmi  , e dir  , di  qui  11  varca . 


DI  Babelle  non  più , di  Roma  , e Egitto 
La  fatale  rovina  or  fi  rammenti  ; 
Maravigliando  qui  veggan  le  Genti, 

Che  non  fu  all’  opre  eccelle  il  fin  prelcritto 

Quello  , che  gli  anni  infulta  , Albergo  invitto. 

Sede  non  è di  Regi  alti  , e pofìenti  ; 

E la  materia  a’  defolati  , e Ipenti 
Templi  già  non  rapì  profano  editto. 

Ma  Tu  , Signor  , di  vallo  impero  degno, 

L’ altera  idea  nel  tuo  penfier  formalli , 

E i tuoi  telor  compirò  il  gran  dilègno  ; 

Pur  tal  Mole  fuperba  al  Cielo  alzarti , 

Che  Ipinta  hai  l’Arte  oltre  l’ulàto  legno, 

E ben  Tu  lòlo  a tanta  imprelà  balli. 


OVe  di  Cedri  al  par  rara  , e feconda 

Selva  gentil  verdeggia  , e fa  più  ameno 
Con  l’ odorala  , e ben  telsuta  fronda , 

In  varie  gnife  ornato  , il  bel  terreno  ; 

Nuova  Mole  s’eftolle,  e quali  freno 

Por  debba  a’  venti  , a lor  fovralta  , e Iponda 
Di  sè  forma  all’  umìl  bolco  , cui  meno 
Dolce  il  frutto  non  viene  , ond’  egli  abonda . 

Stupido  xelia  il  Pafseggiero  , e ammira 

Il  vallo  Albergo  , e a fe  ftefso  non  crede , 
E incerto  il  dubbio  Iguardo  attorno  gira; 

E non  è quello  ( dice  ) il  nobil  Tetto , 

In  cui  primier  s’incontra  rocchio,  e vede? 
Oppur  cangiato  è in  lui  l’ antico  alpetto  ? 


^65g 


SE  dopo  lungo  errar  d’ elser  s’avvede 

Non  lungi  il  Pellegrin  dal  patrio  Tetto, 

Un  lineerò  piacer  gli  agita  il  petto , 

Nè  fa  frenare  un  fol  momento  il  piede; 

Ma  dove  pofa  la  paterna  fede 

Lo  tragge  a forza  il  naturale  affètto , 

E ciò  , che  apporta  altrui  gioja  , e diletto , 
Per  foverchio  affrettar  non  cura  , o vede . 

Tal  di  quell’  ampio  Foro  al  primo  arrivo 

Non  arrefia  lo  Iguardo  il  Pafseggiero , 

Quali  fcarlò  di  pregio  ei  folse  , o privo  ; 

E là  corre  , ove  tante  il  nobil  lito 

Delizie  ha  in  len , che  all’  occhio , ed  al  penlìero 
Più  dolce  fanno  , e lulinghiero  invito . 


' 


(XVII.) 


1 


Eco  venite  al  Fonte, 

O Pecorelle  amabili , 

Là  dove  a piè  del  monte 
Con  1’  onda  irriga  i fior  ; 

Ivi  la  fete  ardente , 

Defla  da’  raggi  fervidi 
Del  Sol , eh’  è si  cocente , 
Spegner  potrete  aitar; 

E mentre  al  rezzo  ombrofo 

Cercando  andrete  il  pafcolo, 

Quel  duol , che  ho  in  feno  afeofo 
Sfogando  allevierò  . 

Se  lungi  ahimè  ! s' aggira 
Colei,  che  pur  quell’anima 
Sempre  veder  fofpira 
Pace  trovar  non  io . 

Deh  ! tu  , che  lento  pafei 

Spedo  con  vive  immagini 
I miei  deliri , e nafei 
Da  lor , fido  penfier , 

Del  vago  altero  afpetto 
Più  dell’  ufàto  formami 
Diflinta  Immago  in  petto, 
Che  s’  alsomigli  al  ver  ; 

Che  full’  eburnea  Cetra, 

Temprando  dolci  carmini , 

Scefa  quaggiù  dall’  Etra , 

Cantar  vò  fu  a beltà; 

Nè  fdegnerà,  che  umile 
Palfor  quel  volto  celebri , 
Che  folo  è a fè  limile , 

Che  paragon  non  ha  . 


(XVIII.) 


Le  piante  incife  ancora 

Del  fuo  bel  nome  veggonlì , 

Nè  a lei  già  Ipiacque  allora 
Il  rozzo  poetar  : 

Or  quelito  è il  plettro  iftebso 
Sulle  cui  corde  armoniche 
A’  più  bei  dì  concelso 
Per  lei  fummi  il  cantar . 

Ma  dall’  ubata  via  , 

Che  fcorge  all’  onda  placida , 

Dove  il  penfier  ne  fvia 
L’  affaticato  piè  ? 

Sovra  gli  ftefsi  pafsi 

Tofto  convien  ritorcerlo  ; 

Al  Rio  quindi  non  vafsi , 
Segno  del  Rio  non  v’  è . 

Eppur  mi  fèmbra  udire 
Colà  fra  falsi  gemere 
L’  acqua  , che  già  foffrire 
Non  può  ritegno , o fren . 

Andiamo  dunque  all’  onda , 

O Pecorelle  amabili, 

Che  il  fianco  in  bulla  Iponda 
Pobar  vò , e all’  erba  in  ben . 

Ma  qual  ftupor  ! che  miro  ! 

L’  onda  , che  già  diffonderli 
Soleva  in  vario  giro 
Per  l’ inclinato  buoi , 

Cangiata  qui  natura, 

Tentando  in  alto  borgere , 
Col  moto  buo  mibura 
Gli  eterei  Ipazj  a voi . 


Forfè  con  nuovo  vanto 

L antiche  leggi , e ftabili , 
Cangiò  virtù  d’ incanto 
Al  cortt  fuo  pritnier  ? 

Oppur,  vinta  dall’Arte, 
Natura  invan  contrattale 
Fuggir  da.  quella  parte 
V’  l’urta  impeto  fier . 

Già  dentro  al  cavo  fafso 

L acqua  rittretta  aggirali , 

Cui  tenta  aprire  il  pafso 
Disio  di  libertà  : 


Dal  difegnato  varco 

Aliin  con  forza  fcagliafi , 
Che  fciolto  ftral  dall’arco 
Ratto  così  non  và  ; 

E tanto  in  alto  attende 
Finché  librata  fentafi, 

Con  quella  , che  difcende , 

Mole  d’eguale  umor; 

Quivi  la  forza  manca , 

E grave  a tt  precipita  ; 
Stende!!  in  lago  fianca , 
Perdendo  il  fuo  vigor . 


■ I 


: : 

' 


■ 


' 


. 


• 

. 

■ 

' 


(XXI.) 


Ve’  fculta  in  rozza  pietra 

D’Amor  qui  doppia  immagine  ; 

Lo  Arale , e la  faretra 
Dimofira  il  fuo  poter  ; 

Dall’uno,  e l’altra  nafce 

Onda  , che  al  pianto , e fintile  , 
Di  quello  fol  fi  pafce 
Il  Nume  menzogner. 

Impugna  un  altra , e ftringe  , 

Terlb  criftallo  lucido, 

E intorno  il  Sol  vi  pinge 
Iri  vermiglia,  e d’or; 

Che  tra  1’  argentee  fiille, 

Che  quel  criflal  coronano, 
Rifratti  i raggi  a mille 
Spiegano  i bei  color . 

Sotto  alla  foglia  infida 

L’  acqua  riftretta  afcondefi  , 

E appena  il  piè  v’affida 
L’ incauto  Paiseggier , 

Che  dalla  fòglia  ifiefia 
Vibrarli  in  alto  vedefi 
Altera  l’onda,  e in  fpefsa 
Pioggia  quindi  cader . 

Dall’  incavate  nari 

D’  un  gran  Delfino  fgorgafi 
Doppia  forgente,  e i mari 
Rafsembra  or  qui  fòlcar  : 

Vago  Fanciul  fi  afside 
Sovra  il  convello , ed  ilpido 
Dorfo  , qual  già  fi  vide 
Starli  Arione  in  mar . 


-tì£r- 


(XXII.) 


m 


■ 


D’  intorno  al  Lago  sbalza 


(*)  In  Rame  non  può 
reftare  cfprcfso  l’ci- 
fctto,che  fa  qui  l’ac- 
qua, mentre  in  luo- 
go de’ getti,  che  li 
veggono  in  quello 
incili , vi  c una  co- 
rona di  minutifsi- 
mi  zampilli, i quali 
formano  un  alzata 
d’acqua,  limile  ap- 
punto allanebbia. 


L’acqua  in  minute  gocciole,  (*) 
Come  vapor  s’ inalza 
Dall’  umido  terren  ; 

O come  a’  primi  albori 
Spefsa  rugiada  flemprafi 
Da’ fublirnati  umori 
All’erba,  e al  fiore  in  fen. 


(XXIII.) 


A duro  fcoglio  avvinta 

Ecco  la  bell’  Andromeda , 

Per  non  fua  colpa  Ipinta 
A rea  morte  crudel  : 

Milèra  ! elpolte  all’  onde 
Vede  le  membra  candide, 
Pudor  le  copre , e alconde , 
Non  gentil  manto , o vel . 

Cibo  di  voglie  ingorde 

Saran  d’ un  Moftro , e debbono 
Sotto  le  zanne  lorde 
Tremule  palpitar . 

Tanto  beltà  contela 

Sdegno  in  Giunon  fe’  nafcere, 
Che  Vergi  n tal  1’  offefa 
Or  deve  riparar . 

L’  orrendo  Moftro  intanto 

Squarciata  l’onda  turgida, 

Corre  alla  preda , e il  pianto 
Avido  più  lo  fa . 

Ma  ecco  dall’  alto  a volo 

Veggo  un  Campion  dilcendere; 
Or  calma , o bella , il  duolo 
Fine  il  tuo  pianto  avrà . 

La  fulminante  fpada 

Già  lòpra  è all’  Orca  orribile , 

Nè  fìa,  che  a vuoto  cada. 

Vibrato  il  colpo  fier  : 

S’incurva  il  moftro,  e affonda, 
E quali  attorno  vedeli 
Mifchiar  col  langue  l’onda 
Il  color  fuo  primier . 


(XXIV.) 


Percofso  il  flutto  freme 

Lungi  fi  fcaglia , e rapido 
Bagna  le  fponde  eftreme 
Di  ipuma  gonfio , e pien  ; 

E dalla  ltefsa  riva 

Col  moto  primo  imprefsoli, 
Precipitando  arriva 
Sull’  arido  terren . 

Lungo  ’l  Sidonio  lido 

Vedi  le  Tirie  Vergini 
Sul  rapitore  infido 
Incerte  inorridir  ; 

E l’ involata  intanto 
Delula  Europa  {tendere 
A lor  le  braccia,  e in  pianto 
Scioglierti , ed  in  foipir 
Tra’  gorghi  d’un  torrente 

Non  men  bella  , ed  amabile , 

E al  par  di  lei  dolente 
V’  è Dejanira  ancor  ; 

Ma  dalla  fponda  Alcide 

Vibra  un  fòl  dardo  intrepido 
E un  colpo  tal  divide 
La  preda , e il  predator . 

D’  Europa , e Dejanira 

Or  mentre  al  calò  flebile 
Lo  Spettator  folpira , 

E altrui  narrandol  và. 

Spinta  da’  lati  sfugge 

Pioggia  improviia,  e ftupido 
Neiso , ed  il  Tor  , che  fugge 
Se  finto  or  fìa  non  fa . 


( X X Y.  ) 


Entro  grand’  antro  afiiio , 

Come  in  fua  Reggia , vedeii 
Con  le  procelle  in  viio 
L’ antico  Dio  del  Mar  : 

Dal  bipartito  bofco 
Archi , e colonne  formanfi , 
Nè  per  fender  sì  fofco 
Raggio  di  Sole  appar . 

Nella  profonda  fede 

Ubbidienti , e timide 
L’  acque  del  Nume  al  piede 
Inferocir  non  fan  ; 

E a regolar  lor  moto 

Solo  i fuoi  cenni  affettano  * 
Mentr’  egli  ftaisi  immoto 
Col  fier  Tridente  in  man . 


Diva , che  si  ti  piace 
Abitar  fra’  reconditi 
Sacri  bofchi , ove  Pace 
Ha  fido  albergo , e Amor  ; 

Qui  il  rivo,  e la  forefta , 

Con  1’  ombra  dilettevole  , 

A’  caldi  giorni  appretta 
Più  grato , e frelco  umor . 

Sulla  mulcolà  Iponda 

Sculte  due  Ninfe  giacciono , 

Che  al  mormorar  dell’  onda 
Il  fonno  iftupidì  ; 

Par , che  del  fonno  fia 

Ciò  , che  dell’  Arte  è pregio  , 
Che  rara  maeftrla 
Il  ver  finfe  cosi . 

Come  fe  a guerra  intefi 
Ve’  con  l’aperte  fauci 
Due  fieri  Mottri  accefi 
Entrambi  incrudelir  : 

Non  Ipargon  tolco,  o lingue  ; 
Ma  dolce  umore,  e limpido, 
Nè  l’uno  o l’altro  langue , 

O fi  vede  avvilir . 

Dal  fuolo  , ond’  è vibrata , 

Serbarli  in  alto  vedett 
L’ acqua  cosi  librata , 

Che  ftretta  in  gelo  appar; 

E al  picciol  lago  intorno 
Siepe  di  fonti  inalzali , 

Da  cui  più  vago,  e adorno, 
Il  bel  marmo  tralpar . 


(XXVIII.) 


M 


Ma  ohimè!  d’onde  fi  defia 

Quella , che  intorno  cingenti , 
Improvifa  tempefta 
Se  il  Cielo  è qui  leren  ? 

Nel  vicin’  antro  afcofo 

Meglio  è campar  dal  turbine , 
Oh  Ciel  ! più  furiolb 
Difciolto  ha  in  quello  il  fren. 

Fuggiam  da  quelle  Iponde , 

O Pecorelle  amabili , 

Che  certo  in  lor  s’alconde 
Ignota  Deità  : 

Albergo  han  qui  gli  Dei  ; 

E arte  d’umano  intendere 
Io  quell’  oprar  credei , 

Che  è fol  Divinità. 


V 


A Che  ti  vai  de’  bofchi  amico  fluolo 
Sentir  di  falde  penne  armate  l’ ali , 

Se  di  vagar  per  l’ alte  vie  immortali 
Or  t è contefo  , e il  liber’  ufo  al  volo  ? 

E tu  , cui  reo  deftin  concede  Colo 

Col  dolce  canto  d’ alleggiar  tuoi  mali , 

Se  a’  Faggi  ombrofi  in  cima  or  più  non  Tali, 
Chi  fia,  che  a’ tuoi  foipir  rilponda,  e al  duolo? 

Eppur  l’antica  libertà  si  cara, 

Par  , che  lo  fluolo  prigionier  non  curi , 

O che  non  fia  la  fervitude  amara . 

Con  l’efca  dolce  il  career  fuo  l’alletta, 

Che  in  libertà  non  crede  i dì  lìcuri, 

Se  vifco  , o laccio  al  varco  infin  l’aipetta. 


‘ 


V 


' 

. 

' 


(XXXI.) 


SChiera  d’ affanni  fè  improvifà  afsale , 

Anche  in  mezzo  al  piacer  , noftro  penfiero , 
( Che  tèmpre  intorno  ruota  avverfo  , e nero 
L’ iniquo  ftuolo  ad  affrettarci  il  male  ) 

La  bella  Pace  qui  ferma  full’  ale 

All’  affannato  cor  torna  ’l  primiero 
Suo  bel  fèreno  , e gli  ditèuopre  il  vero 
Bene  , d’ onde  lontano  erra  il  mortale  : 

Che  fra  la  turba  invan  crede  riporta 

Quella,  che  pur  fofpira,  e mai  non  trova, 
Pace  , che  al  Saggio  fol  non  è nafcofla . 

Sol  dentro  albergo  folitario  f alma 

Penfa  a fe  ftefsa  , e nel  penfar  vi  prova, 
Anche  in  mezzo  al  dolor  , la  ftabil  calma. 


(XXXIII.) 


SE  te  negletto  alla  tua  madre  infida 

Lafciare  informe  parto  in  full’  arena 
Già  non  increbbe  , che  non  fente  pena , 

Ne  cura  per  la  prole  in  feno  annida  ; 

Sorte  miglior  iòtt’  altro  Ciel  ti  guida 

A fermar  flabi I nido  , e fàzia  , e piena 
D’efca  più  dolce  avrai  la  lunga  vena, 

Che  al  nutrimento  del  gran  ventre  è guida . 

Quiv  importuna  , ed  inumana  turba 

Già  non  fi  infidia  i giorni  , o con  gli  Aridi 
Nelle  placide  notti  il  fonno  turba  : 

Nobil’  eletto  Stuol  fpefso  d’intorno 

A te  fa  plauio  , e ibi  par , che  fi  invidi 
Le  belle  piume  , ond’  è 1 tuo  fianco  adorno . 


(XXXV.) 


DI  annofe  quercie  alta  frondofa  felva 

In  largo  piano  fi  dirama  , e ftende , 

E tal  d’  orror  vaghezza  in  le  comprende , 
Che  feftolo  ogni  bruto  ivi  s’ inibiva . 

Co’  veltri  al  fianco  intimorita  belva 

Se  la  fuga  talor  cacciata  prende , 

Stolta  , il  fuo  fcampo  dalla  fuga  attende , 

E nel  più  folto  bolco  fi  rinfelva  ; 

Che  delufa  dal  iungo  errar  fi  crede 

Franca  vagar  nella  natia  forefta , 

Si  vallo  è il  campo  , e la  preferitta  meta; 

Ma  allor  , che  il  muro  oltre  varcar  le  vieta , 

E a lei  già  fianca  il  debil  corfo  arréfia 
Della  perduta  libertà  s’ avvede  . 


JV 


. 


...  • 1 

* ì 

- 

. 


(XXXVII.) 


NUova  qui  fòrta  altera  Imago  io  miro  (*) 

Di  lui,  che  fculto  in  marmo,  ha  ancora  imprefso 
Del  Lazio  invitto  quel  valore  iftefso , 

Onde  il  Parto  tremò  , l’Armen  , l’ Afsiro  ; 

E amaro  tralse  al  Vincitor  fofpiro 

Quando  con  vile  , ed  efecrando  eccefso , 
L’eftinto  Eroe  , da  un  tradimento  opprefso, 
Vide  , e troncato  a sì  bei  giorni  il  giro . 

Da  un  altra  morte  or  tu  , Signor  , difendi 

Il  Simulacro  illuftre  ; ei  per  te  vive, 

E in  lui  ferbar  di  Te  l’ immago  intendi. 

Opra  men  rara  al  diflruttor  de’  marmi 

Ti  piacque  oppor  ; ma  fè  di  lei  fi  fcrive 
Avrà  vita  immortai  quella  da’  carmi . 


(*)  Quella  Statua  di  Pompeo  il  Grande  c copia  efatrifsima  di  un  altra,  che  fi  conferva  nella 
Galleria  di  quella  Villa  , fattavi^  trasferire  dal  prefente  Signor  Come  Arconati  , acciò  non 
venilse  dal  tempo  guadato  un  sì  raro  monumento  dell’  antica  Scultura  . Quell’  Originale^ 
era  in  Campidoglio  , e con  immenfa  fpefa  riufeì  ad  un  Afcendcntc  di  quella  illuftre  Cala 
trafportarlo  da  Roma  a Milano  . 


NEI  vago  , e dilettolo  ampio  ricinto  , 

Che  in  folto  bofco  , e in  ralò  pian  11  ftende , 
Per  varie  guile  oh  ! quanto  mai  rilplende 
D’Arte,  e Natura  un  bel  lavor  didimo . 

Dal  lung’  ordin  di  piante  , ond’  ei  par  cinto , 

Il  forte  ramo  , attorto  in  arco  , pende, 

E nuova  lìrada  al  vital  fucco  rende , 
Tenacemente  agli  altri  rami  avvinto . 

Il  vigorolò  fullo  alto  loftiene 

La  maeflà  della  fpaziola  volta, 

Per  cui  raggio  di  Sol  trapafia  appena  : 

Morbido  feggio  in  full’  erbette  amene 

Picciola  valle  apprefta  , in  fe  raccolta, 

D’ onde  più  bella  appar  la  verde  fcena . 


i 


' 


J * 

. 

t f 

\ 

( X L I.  ) 


DOve  facro  furor,  dove  mi  Iprona  ! 

Lieve  lull’  ali  or  io 

L’  erto  di  Lindo  alpettre  monte  afcendo  : 

D eterno  Allor  corona 
JntefsQ  al  crine,  e il  tardo,  e cieco  obblìo. 
Che  invidi  fpargon  gli  anni  a gioco  prendo . 
Alma  diletta  Cetra , 

Se  per  te  lol  s’ impetra 
Fai  guerra  al  tempo , e contrattar  l’impero , 
Ier  cui  tutto  quaggiù  confonde,  e altero 
Aomi.  illuftri  cancella  in  bronzi , e in  marmi , 
In  voi  confido  lol , pofsenti  Carmi . 

Troja  in  cener  converfa , ed  in  faville , 

Ancor  fi  noma,  e il  Xanto, 

Che  di  fangue  mifchiò  l’arena , e l’onda  ; 

E mille  luttri , e mille, 

Vivrà,  che  a grande  onore  alzolla  il  canto 
IL  eccello  Vate  . Or  chi  fia , che  rifponda 
A’  caldi  voti  miei  ? 

Anch’  io  , Signor , vorrei 
(Se  eguale  han  pur  ragion  quetti  miei  verfi , 
Non  di  menzogne,  o vana  laude  alperfi) 

Tanto  inalzar  di  tue  bell’  opre  il  grido, 
Ch’eterno  f'ofse , e fparfo  in  ogni  lido. 

E dritto  è ben , che  tanto  in  alto  attenda 
Qual  più  di  loro  in  rima 
Sull’  aureo  plettro  celebrar  ne  piaccia. 

Che  ovunque  il  guardo  io  fìenda 
Vuol  ciattuna  l’onor  d’ efser  la  prima. 

.Ma  ogni  altra,  o Mula,  ora  per  noi  fi  taccia. 
Che  qui  polir  ne  giova , 

Ove  ingegnola , e nuova 

Mirabil  opra  ad  eternar  c invita 

Suo  pregio  immenfo,  ed  in  cui  fpfrto,  e vita 

Par  che  fi  lerbi , entro  gli  ttulti  falsi 

Sì  viva  l’Arte  in  fuo  diiègno  ftalsi . 


Bello  a vedere  in  vago  ordin  dilpofta 
Del  Teatro  , che  forma , 

Star  la  turba  medeima  Spettatrice  ; 

Nè  la  virtù  nafcofta 

Sotto  milferiofa , e nuova  forma 

Guerra  al  vizio  perciò  più  lenta  indice  ; 

Ma  fra’  diletti , e giochi , 

In  quelli  ameni  lochi, 

Quali  Bando  in  aguato , al  varco  alpetta 
L’ allegra  Gente  errante  ; e mentre  alletta 
Col  vario  corfo  il  mormorar  dell’  onde , 

Penlìer  più  gravi  entro  la  mente  infonde . 

Che  non  di  Fauni , o bofcherecce  Dee 
V’  è qui  lafciva  fchiera 
A far  l'acro  perfino  ogni  delitto  ; 

Ma  qual  regger  fi  dee  (*) 

De’  noliri  affetti  la  rea  ftirpe  altera 
Entro  ’l  confin , che  ha  a noi  ragion  prefcritto , 
E’  in  quelli  marmi  efprefso  ; 

E l’occhio  nollro  è d’elio, 

Che  in  non  fcoprir  fra  l’Odorato,  e il  Tatto, 
E gli  altri  Seni! , il  Senfo  fuo  ritratto , 

Mentre  par,  che  d’error  l’Arte  riprenda, 

Lo  llefso  error  col  lòl  vederlo  emenda  . 

Converlo  un  Malso  è quivi  in  ampio  Vaio , 

Sede  di  Ninfe,  e Amori, 

E quali  un  lago  in  feno  alto  lòltiene  : 

Sempre  ricolmo , e rafo 

E’  il  vallo  letto , i crillallini  umori 

Benché  fuggan  per  cieche  ignote  vene  ; 

Ma  mentre  il  palio  a volo 

Stendon  per  entro  al  fuolo 

Taciti,  e incerti,  nuova  llrada  al  giorno 

S’apron  quindi  improvifa,  e nuovo  intorno 

Forman  , raro  a vederli  , in  bell’  alpetto 

Ordin  di  cofe  in  fuo  lavor  perfetto . 


(*)  Qucfle  fono  otto 
Statue , che  rap- 
prcfentano  tutti 
i Sentimenti  del 
Corpo  , a riferva 
del  Vedere , con  le 
Virtù  moderatri- 
ci de’  mcdcfimi . 


( X L I I I.  ) 


(*)  La  Statua,  che 
figura  il  Gujlo  , tie- 
ne in  mano  una 
vivanda , la  quale 
par,  che  fumi , co- 
me fc  fofse  bol- 
lente, c quello  non 
è altro  le  non  l'ac- 
qua , che  pafsa  per 
alcuni  angulìifsi- 

mi  meati  della 

pietra  , che  rap- 
prefenta  la  mede- 
urna  vivanda. 


Sgorga  dall’  ampia , c cavernolà  gola 
‘ Di  due  gran  Mofiri  un  Rio  ; 

Vaga  marmorea  conca  in  fen  ’ l’accoglie , 

D’  onde  s inalza , e vola  , 

Compreso  in  ogni  parte,  ed  al  natio 
Corfo  non  riede , infin , che  non  li  toglie 
L’  aer  librato  , e denfo , 

Quel  primo  moto  intenfo, 

Che  già  precipitando  in  lui  s’ imprelse  ; 

E benché  Tacque  tempre  fìan  le  ftefse, 

Nel  corfo  loro  fon  cosi  difformi , 

A/r  • var!°  ® il  fonte,  e par  che  11  fi  formi 

Ma  m piu  parti  di  nuovo  ecco  difiinta 
L’ onda , e ne’  ftretti  lati , 

Per  cui  Tè  forza  raggirarli,  fente, 

Che  a Arano  corfo  è Ipinta; 

E dove  avrebbe  un  di  rotte , e /degnati 
Argini , e fponde , in  fuo  poter  fremente , 
L’Arte  cosi  partilla , (*) 

Che  in  più  minuta  Dilla 
Sublimarla  non  può  forza  d’ ardore  ; 

Anzi  già  dentro  a quel  gelato  umore 
Fiamma  vivace  con  gl’  igniti  fali 
Par , che  penetri , ed  in  vapor  T efali . 

Pur  nell  antica  forma  ancor  mantieni!, 

E folo  appar  cangiata 

In.  quegli  agili  effluvi , onde  s’ accende 

Disio  ne’  noftri  Seul! , 

I quali  han  parte  sì  viva  , e fvegliata , 

Che  tofio  al  primo  loro  arrivo  intende 
Efser  vicin  Tobbietto, 

Per  cui  fubito  affetto 


Noftre  mal  dome  voglie  urta , ed  incalza , 
Quai  belve,  infane  per  dirupe,  o balza, 

S alto  Ragione  il  freno  in  man  non  regge. 
Ned  a’ior  moti  dà  mifura,  e legge. 


( X L I V.  ) 


Quindi  prefso  a cialcun , che  il  marmo  addita , 

Degli  Appetiti , ftafsi 

Virtù  moderatrice,  e li  governa; 

E così  l’Arte  imita 

L’  oprar  de’  Saggi , e in  rozzi , e nudi  fafsi 
Le  vicende  più  gravi  anch’  efsa  alterna . 

Ma  è tua , Signor  , la  gloria , 

Se  qui  ferbar  memoria 

Della  fevera  legge  un  dì  ti  piacque , 

E in  quelli  bofchi , ove  già  l’ombra,  e Tacque 
Spiran  delizia,  infiem  fentir  fi  fanno 
Fra’  più  dolci  penfier , rigore , e affanno . 

Ma  già  fe  in  cor  temprato  ogni  delire 
Bella  virtù  ti  guida, 

E così  giulìo  nel  penfar  comparti 
Provido  affetto  , ed  ire , 

Per  cui  fpeme , e timore  in  fen  s annida , 

E fempre  egual  dal  retto  oprar  non  parti, 
Migliore  ah  ! non  potea 
In  Te  crear  T idea 

Opra , che  fufse  a’  tuoi  penfier  limile  : 

Così  conforme  al  bel  lavor  lo  Itile 
Or  fofse  in  me , che  doppia  lode , e vanto , 
Da’  marmi  avrefti , e dal  mio  ftefso  canto . 
Fra  quelle  piante  afcofa 

Umile , e timorofa , 

Deh  ! rimanti , Canzon  , che  tu  non  fei 
Qual  ti  formai  per  entro  a’  penfier  miei . 


> 


( X L V.  ) 


ECco  l’ erbofa  , e al  par  vaga  Pianura , 

U Ipiran’  aure  dolci  , e mattutine  ; 

Meta  non  ha  ; ma  folo  è a lei  confine 
Quanto  mai  l’ occhio  in  fuo  poter  mifura . 

In  piano  egual  diftefa  è la  verdura, 

Che  in  fen  non  cela  angue  maligno  , o fpine  ; 
Ma  eletti  fior  da  inghirlandarvi  il  crine 
Vi  nutre  , o belle  Ninfe  , Arte  , e Natura. 

E qual  fe  l’ onda  in  cento  giri  avvolta 
Da  pargoletta  man  full’  arfa  arena , 

Segna  le  traccie  per  dovunque  è volta  ; 

Tale  di  verde  fuol  ftrifcia  conforme 

Serpeggia  obliqua  , e della  piaggia  amena 
Il  bel  fondo  diftingue  in  mille  forme . 


( X L V I I.  ) 


E1  vallo  Pian  difiinta  immago  appena 
Cupido  l’ occhio  fe  ne  forma  , e idèa , 
Che  altra  qui  fcopre  , di  delizie  piena , 
Sede  , che  in  lui  novel  fiupor  ne  crea . 


Confine  al  guardo  fianco  efser  credèa , 

Di  frondi  intefla  , la  muraglia  amena. 
Che  , già  perfetta  in  fuo  lavor  parèa 
Chiuder  la  vaga  allettatrice  Scena . 


Ma  verdi  Logge  , e ombrofà  Selva  intorno  , 

Tra  folte  piante  interminabil  vìa , 

E in  nuove  guife  il  luol  d’ erbetta  adorno , 


Non  previlli  al  penfier  , veder  fi  fanno, 

Là  dove  immaginarli  ei  non  ardìa , 
Che  quali  teme  d’un  occulto  inganno. 


( X L I X.  ) 


NOn  a’  barbari  giuochi  or  qui  fi  {èrba 
Dell’  Affricana  inolpita  forefta 
L’ ira  , e il  terror  , nè  palpitante  , e meda 
Turba  infelice  è tratta  a morte  acerba , 

Tal  reo  piacere  un  dì  Roma  fuperba 

Ebbe  , e s udiva  far  trionfo  , e fefia  , 

Quando  di  fangue  inferocita , e prefta , 

Fea  la  belva  inondar  l’ arena  , e l’ erba . 

Di  Roma  il  fafìo , e non  l’ orrendo  fcempio , 

Signor  , Tu  imiti  , e la  feroce  fchiera 
E’  tua  delizia  , non  terror  dell’  empio.  : 

Anzi  l’ indole  truce  , e il  fiero  ifiinto , 

Che  alle  ftragi  Iblèa  {pinger  l’altera. 

La  muove  appena,  e quafi  fembra  efiinto.  (*) 

(*)  La  familiarità  , c dimcftichezza  delle  Fiere  , che  fi  cuftodifcono  in  quefto  Serraglio  , è una 
prerogativa  {ingoiare  , c talmente  evidente  , che  i più  timidi  ancora  non  hanno  ribrezzo» 
<X  accarezzarle  ; onde  non  c finzione  del  Poeta  ciò  , che  fi  dice  della  loro  maniuctudinq . 


Il  beone . 


Orfe  là  fui  Nemèo  torrido  lito  , 

Ebbra  di  fdegno  ancora  , il  pafso  affretta 
La  fiera  Madre  , e il  figlio  fuo  rapito 
Cerca  , e minaccia  al  predator  vendetta. 


Ma  lafsa  ! invan  di  rivederlo  afpetta  , 

Ch’  ei  F orribil  non  ode  alto  ruglto  , 

Nè  fier  disio  di  ftragi  or  più  l’alletta, 
Come  già  nel  natio  barbaro  fito . 

Qui  dove  alberga  gentilezza  , e amore , 

Men  feroce  coftume  anch’  egli  apprefe  , 

L’ ira  deporta  , e il  naturai  furore  ; 

l’antico  , e mal  ficuro  nido, 

Sdegna  , e bacia  la  man  , che  già  gli  refe 
Nell’  inofpita  felva  il  laccio  infido . 


Anzi 


(LI.) 


La  Tigre, 

DOv’  è l’ antico  indomito  furore 

Fiera  , che  un  di  crudel  tanto  ti  accelè  ? 
E chi  nel  core  le  non  anzi  intelè 
Voglie  defiò  di  placidezza  , e amore  ? 

Sol  quel  disio  , che  d’ emular  ti  prefe 

Nelle  dolci  maniere  il  mio  Signore , 
Ingentilì  quel  tuo  felvaggio  core  , 

E ben  cara  delizia  a noi  ti  refe  , 

Deh  ! perche  mai  non  veggo  qui  raccolti 

Dell’  Ircana  forefta  or  tutti  i Moftri  , 

Il  raro  efemplo  ad  imitar  rivolti  ; 

Che  raddolcito  il  genio  truce  , e fiero 

Ad  ogni  pafio  in  que’  deferti  chioftri 
Non  temerla  la  morte  il  pafseggiero  . 


Uperbo  Augel  , che  i fieri  adunchi  artigli 
Da’  Monti  alpeftri  a infanguinar  difcendi , 

E i lunghi  Ibridi  , e il  duolo  a gioco  prendi 
Degli  altri  augelli  , e lor  rapifci  i figli  ; 


Invan  col  tuo  furore  or  ti  configli  , 

E i genero!!  alteri  vanni  ftendi  ; 

Neppur  Giove  , cui  d’ efser  facro  intendi , 
Farà  , che  il  volo  in  libertà  ripigli  ; 


Ma  s oltre  a’  venti  il  varco  or  è difdetto 
All’  ali  ardite  , e dell’  accefa  sfera 
Con  franco  ciglio  foftener  l’ afpetto  , 


Non  per  queflo  d’ onor  privo  farai  , 

Nobile  Augel  , fe  fra  l’ eletta  fchiera  , 
Sì  cara  al  mio  Signor  , tu  pur  vivrai  . 


(LUI.) 


k Uando  di  fdegno  acceià. 

1 Per  gelosìa  di  Giove  , 
L’altera  irata  Giuno 
Vide  dal  ien  d’ Alcmena 
Nafcer  il  forte  Alcide , 
Novello  frutto  anch’  egli 
Di  que’  furtivi  ampleisi  , 
Che  tra  mentire  ipoglie 
Coglier  folea  nafcofto 
II  Regnator  del  Cielo  ; 

An  gui  , e ceraile  ipiniè 
La  fiera  Diva  intorno 
Al  molle  parto  in  fafce  : 
Gli  occhi  iànguigni  ardenti , 
L’ acute  zanne  , e lorde 
Di  mortale  veleno  , 

Già  già  partire  in  brani 
Il  tenerello  Alcide 
Pareano  , e crudo  palio 
Farne  all’  ingorda  gola  . 

Ma  in  lui  dall’  alto  infufe 

Giove  tal  forza  , e tanta , 
Che  il  braccio  ftefo  , in  cuna 
"Fraise  le  iozze  belve , 

E sì  compreise  , e ifrinfe , 
Le  lor  fauci  omicide  , 

Che  femivive  al  fuolo 
Caddero  , e iolo  in  loro 
Debil  rimale  il  moto 
Di  quel  vital  vigore  , 

Che  nel  pieghevoi  tronco 
Ogni  celletta  afconde  ; 

Ma  eftinto  anch’  efso  , alfine 
Laiciò  diileib  , e freddo , 

L’  efangue  corpo  a terra . 


( L I V.  ) 


Vie  più  s’ inaipra  , e freme 
Il  Nume  irato  , e giura , 
Che  al  fuo  .furor  delufo , 
Vittima  fventurata  , 

Cadrà  fvenato  Alcide . 

Con  la  crinaglia  fparfa, 

Col  fulminante  fguardo  , 

Alto  fremente  , incontro 
Nella  felva  Nemèa 
Fiero  Leon  gl’  iftiga . 

Però  non  teme  il  forte 

Invitto  Alcide  ; e franco 
Se  al  fier  cimento  refse  , 

Al  vivo  in  quello  fafso 
Saggio  Scultore  efprefse  . 

Ve’  come  fermo  il  pafso 
Con  le  robufle  braccia 
L’  annoda  , e flringe  : invano 
Ei  fi  dibatte  , e infuria , 
Che  più  (fretto  l’ abbraccia  : 
Con  la  nodofa  mano 
La  bocca  allarga  , e preme , 
Finche  sbranata  retta  , 
Terror  della  forefta , 

La  fpaventevol  Fiera . 

Ma  ì nero  orror  d’ un  bofca 
Quiv’  imitar  non  volle 
L’ Arte  maettra  , e folo 
In  bel  trionfo  eftolle 
L’  alto  valor  d’ Alcide  : 

Anzi  quel  più  di  raro , _ 
Che  ne’  Giardin  d’ Elperia 
La  dotta  Grecia  al  vulgo 
Finfe  trovarfi  un  giorno, 
Qu  ivi  fi  vede  accolto , 

Ned  è menzogna  , o fola . 


(L  V.) 


Selva  d’ ombrofe  piante  , 

Piante  , che  han  mille  odori, 
Forma  teatro  , e tutte 
Vengon  così  dilpofte, 

Che  tra  di  lor  non  fono 
L’  une  dall’  altre  afcofo  ; 

E fui  terren  , che  adulto 
Sembra  di  viva  pietra , 

Vaga  forpeggia  intorno. 
Strifoia  di  molle  erbetta , 
Che  d’ogni  pianta  al  piede 
Forma  gentil  ricinto. 

Ma  dove  Alcide  ha  fede , 

Dove  dall’  alto  fafso 
Limpida  1’  acqua  Igorga  , 

Bello  a vederli  , forge 
Muro  , di  verdi  foglie 
Tutto  confetto  , e cinge 
Deliziofa  Valle  , 

Nel  di  cui  fon  ripofa 
Converfa  d’ onda  in  lago  . 
Quindi  da’  lati  s’ apre , 

E altro  circonda  , e ferra 
Ameno  iìto  , in  cui 
L’onda  comprelsa  s’alza, 
Scherzando  in  mille  guile  . 
Ewi  Fanciul , cui  gonfie 
Pel  troppo  umore  appajonos 
Ambe  le  gote  , e Ipreme 
Dalle  contratte  labbra 
L’ onda  foverchia  in  alto  ; 

E nel  ricinto  avverto 
V’  è , per  difegno,  rara  , 

Urna  , che  in  cento  parti 
Libero  il  corfo  lafcia 
All’  acqua  , di  cui  pare 
Soverchiamente  abondi . 


Q. 


Uefta  è la  fede  , ove  penfolè  Hanno  , 

Piene  d’orgoglio  ancor  , l’ Ombre  Latine, 
Et  il  dillrutto  Impero  in  lue  rovine 
Mede  contemplan  tra  folpiri  , e affanno; 


E lenza  fdegno  rimirar  non  fanno 

Cinto  d’alloro  trionfante  il  crine 
A’  Simulacri  augufli  , e pollo  line 
A tanta  gloria  , ed  il  commun  lor  danno . 


Già  con  le  Ipoglie  de’  disfatti  Regni 

Ornofsi  Roma  , e ne  fè  pompa  altrui  , 
Come  del  fuo  valor  ben  chiari  fegni  ; 

Or  con  gli  avanzi  del  Romano  impero 

Altri  s’ adorna  , e quelli  folo  a nui 
Fede  ci  fan  del  fuo  valor  primiero , 


La  Statua  di  Pompeo  il  Grande . 

Uefta  , che  giacque  fra  l’arena  , e l’erba,  (*) 
Eccelfa  Mole  , e fol  di  Lui  minore  , 

Che  qui  l’alzò  , non  par  , che  più  fuperba 
Vada  , e faftofa  del  novell’  onore  ? 

Da  induftre  man  fcolpìta  , in  lei  fi  ferba 
Immago  antica  del  Latin  valore  , 

Non  quale  apparve  allor  , che  piaga  acerba 
Fè  all’  Alia  in  feno , e le  trafifse  il  core . 

Pur  d’ ogni  elierno  adornamento  fcinta 

Sembra  fpirare  ancor  quell’  alma  altera , 

Ch’  egual  fu  fempre  e vincitrice  , e vinta. 

Qui  come  in  nuovo  Campidoglio  ftafsi  , 

E fcorge  in  Te  , Signor  , l’ immagin  vera 
De’  prifchi  Eroi  , e non  già  fculta  in  falsi . 


Al  monte  alpefìre  , onde  fn  tratto  , il  vanto 
Di  durezza  lafciò  l’ informe  laiso , 

O il  ferro  induflre  al  faticato  , e laiso 
Saggio  Scultor  temprò  virtù  d’ incanto . 


Con  trillò  volto  , ed  in  lugubre  ammanto  , 

Ve’  le  non  par  , che  muova  tardo  il  pafso 
Un  folto  ftuolo  , e in  roco  tuono  , e bafso, 
Gema  dolente  alle  fredde  ofsa  accanto  ? 

All’  opra  illuftre  invan  rovine  , e danni  , 

Ordìa  P età  , che  P immortai  lavoro 

Già  non  temeva  il  fiero  urtar  degli  anni  ; 

Ah  , che  non  puote  invidia  in  petto  umano!  (*) 
Rifpettò  il  tempo  quello  bel  teloro , 

Ma  cadde  a un  colpo  fol  d’ invida  mano. 


(*)  Quelli  pezzi,  di  ben  tara  fcliltura  palparono  anticamente  per  Contratto  nel  dominio  della 
Cala  Arconati  . Chi  li  pofsedeva  in  quel  tempo  lcntendo  di  mala  voglia  , che  altri  le  ne 
dovefse  impadronire  , per  eccelso  d’invidia  , un  giorno  prima  della  confcgna  , difFormò  la 
maggior  parte  delle  Figure  , che  fono  in  quelle  tàvole  di  marmo  fcolpite  a rilievo  , rom- 
pendo ad  alcune  le  gambe  , ad  altre  le  braccia  cc. 

La  ieguente  lfcrizione  , che  è polla  forto  ’1  Ritratto  in  marmo  di  Gallone  Conte  di  Foix, 
fpiega  tutto  quello  , che  ha  avuto  in  animo'  di  rapprelentare  lo  Scultore  in  quelli  marmi  : 

GASTONIS  V.  COMIT1S  FOISSEI . 

MEDIOLANENSJS  URBIS. 

ET  GALLICI  EXERCITUS  IN  ITALIA  . 

PRAìFECTI . 

QJJI  POST  MEMORABLLES  VICTORIAS 
DE  CONFCE  DERAT  1S 
HISP.  REGE  , VENETIS  , ET  PAPA 
At>  BONONIAM  , BRIXIAM  , ET  RAVENNANI 
CELERRIME'  PARTAS 
DUM  FUSOS  HOSTES 
NIMIS  AVIDE'  1NSEQUITUR 
CONFOSSUS  INTERIIT  ANNO  MDX1I.  JE TAT.  XXIV. 

EFF1G1EM  , RES  GESTAS 
HONORES  FUNEBRES 
CONCLAVE  HOC  EXIBET  . 

JOSEPH  MARIA  COMES  ARCONATUS 
ANT1QU1TATIS  1LLUSTRATOR 
HUNC  LAPIDEM  POSU1T  ANNO  MDCCXII. 


( L X I.  ) 


La  Villeggiatura . 

N Elici  figliente  Canzone  fi  pretende  accennare  l'ufo  par- 
ticolare , che  fi  fa  in  due  Stagioni  dell’  Anno  > nella 
State,  cioè , e nell’  Autunno , da  quefio  diflinto  Cavaliere 
della  fina  Villa  , ove  nel  cor  fio  di  un  Mefe  , e mezzo 
per  Villeggiatura  , concorre  non  filo  il  fiore  della  Nobiltà 
di  Milano  , ma  ancora  di  buona  parte  delle  Citta  circon- 
vicine. L'abbondanza,  e dilicatezza  della  Menfa  , la  fielta 
Accademia  di  muficali  Strumenti  , compofta  da  più  celebri 
Profifiori  di  Milano  , e tutti  què  divertimenti  , che  fino 
confacenti  a rendere  più  allegra  una  numerofa  Compagnia, 
firmano  in  quefio  delizio  fi  , e magnifico  foggiorno  un  tal 
fìflema  di  vivere  dilettevole  , e nello  file  fio  tempo  così  dif- 
pendiofo  per  chi  lo  mantiene  , che  è lo  fiupore  di  chiunque 
gli  accade  di  goderne. 


( L X I I I.  ) 


d 


Uando  più  rozza  , e fiera , 

Parlava  in  noi  Natura , 

Che  fu  noilr’  Alme  impera  , 

Vita  felvaggia  , e olcura, 

Trafier  le  Genti,  e in  iòlitarie  felve 
Giacean  negli  antri  in  compagnia  di  belve . 

Quella  l’ età  dell’  oro  , 

Felice  età , fu  detta , 

Perchè  porgea  riftoro 

Acqua  di  fonte  fchietta 

All’  arfe  labbra , e fean  commun  col  gregge 

Il  cibo , e non  lòffrìan  rigor  di  legge  ; 

Ma  già  lenz’  ira , e tofco 

Non  vagar  gli  angui , e mai 
Non  ftillò  mele  il  bolco , 

Nè  con  lereni  rai 

In  Primavera  eterna  riiè  il  Cielo 

Sgombro  da’  lampi , e tempeftolò  gelo  . 

Fole  fur  quelle , e larve 

Di  cieca  mente,  e flolta ; 

La  bella  età  difparve , 

Solo  in  bei  fogni  accolta . 

Ah  ! di  quel  tempo  immaginato  almeno 
Sorto  per  noi  ne  folse  un  dì  fereno . 

Quand’  anzi  fur  le  Genti 
Moltiplicate , e lparfe , 

In  libertà  gli  armenti 

Più  non  erraro , ed  arie 

Ira  nel  core , ed  in  perpetue  rifse 

Tra  que’  felvaggi  abitator  fi  vifse . 

Il  palco  infra  Pallori 

Quindi  rellò  prefcritto , 

E ’1  procacciarlo  infuori 
Divenne  allor  delitto, 

Dapoiche  fu  tra  lor  tal  patto  intefo, 

Che  in  fua  parte  rimanga  ognuno  illelo. 


( L X I V.  ) 


Già  dentro  vii  capanna 

Non  voller  più  ricetto  ; 

Toilo  ciafcun  s affanna , 

Ed  erge  mura , e tetto , 

D’ onde  nacquer  Cittadi , e Ville , e furo 
Negletti  nomi  armento,  ed  abituro. 

Allora  i primi  raggi 

Spuntar  dell’  auree  Leggi  ; 

Lungi  dal  volgo  i Saggi 
Ebber  diftinti  feggi , 

E il  proprio  ben  nel  commun  ben  confufo 
Svegliò  ’l  disio  del  rett’  oprare  infufo . 
Quelli  dell’  Or  puon  dirli 
I lieti  dì  nafcenti , 

Che  per  natura  unirli 
Infiem  le  varie  Genti , 

E lafgiando  il  primier  fiero  Coftume, 
Seguir  la  voce  di  ragione,  e il  lume. 

Ma  tu  , Signor , ritorni 
Ad  abitar  le  felve , 

E ne’  recinti  adorni 
Le  manfuefatte  belve 
Vedi  venirti  apprefso , e il  lor  furore 
Cangiato  in  vezzi , e in  lufinghiero  amore 
Dalla  Città  Reina , 

Che  giace  a Infubria  in  lèno , 

Non  lungi  vi  confina 

L’  eletto  fito  ameno 

Dove  l’Albergo  altier  s’ inalza , e tutta 

La  nobil  turba  accoglie  ivi  ridutta. 

Molle  1’  auretta  fcherza 

Tra  le  frondole  piante, 

E 1’  aurea  chioma  sferza , 

Finifsima  ondeggiante , 

A cento  Ninfe , che  vagando-  intorno 
Fan  più  fereno,  e più  ridente  il  giorno. 


I 


mmm 


MS;.; 


MiiMWpS 


IMHNRSI 


illiilSiii 

ì;‘j  fri.  . ; 
p#!É|:;è!É 


iillJ  


''.'i11  'i*  WiViv'ii11''1  jiVV1!1!'  V'y'i'i'XviViVV.OiV^ 

Éiteiwifi» 

mmwwm 


mmmmm 


®«W 


IT- >C>  >'>'.<■-»  ;>i 


mm 


r 

/7~ 

= ^ // 77 

pfò/an  generai  du,  cjfiaJajj  et  r fardi >,  rlr  frì. \fieljavz. 





■ 


T 

\ 

' 


. . - 


. 


/ . 

■ 


■ ■ 


• 

1 ‘ 


- '.'-ri 
1 ! ' • 


:ns-: 


U-  9J*L  -6.G-SUi.C-Mt  - 


in  Cruitf^lcvL'LO 


- 


^ (-Alilo- 


cLl 


— 


ywwwiw^iHWl 


rnflm 


k ■■'v$MWk 


[era,  duru  QcutcLazw 


‘Sfy  t 

KpSfiSjMl 

w 

K JJ| 

iKMgf.  JK: 


9 


H 


‘ 


[fi  • 


V 


, ' 


1 


. 


cl  cÀruh 


ti  atri  U 


Orbita*  del,  (jzj  ino  dolina pa-rt/^ posteriore  in  (fiuittlemo 


c.M'o4nt.  JfialP.t  -J . 


li 


1SMKWWW 


MI 


V 


( L X V.  ) 


L’acqua  rivolta  in  mille 
Diverfe  forme  sbalza  ; 

Ora  fi  fcioglie  in  filile , 

Ora  s’incurva,  or  s’alza, 

Ed  ora  in  lago  fi  dilata , e fìende , 

E qual  cri  (tallo  infiem  trafpare,  e fplende . 

Ricca  s’ appretta  , e al  paro 
Lauta  e fqoifita  Menta  ; 

E ciò  cbe  di  più  raro 
Avara  altrui  ditpenta 

La  Terra,  e il  Mar,  qui  tutto  abbonda,  e quale 
E’  la  materia  è il  condimento  eguale . 

Di  fino  argento  , e d’  oro  , 

Superba  in  mezzo  (orge 
Opra  di  bel  lavoro , 

Che  a’ convitati  porge 

D’erbe  odorofe  amabil  fucco,  e manna. 

Che  già  dolce  ttillò  Brafìlia  canna; 

E quel , che  in  Brani  liti 
Dolce  conforto  al  core , 

Galliche  , e Itpane  Viti 
Formar  vital  licore , 

Brilla  tpumante , e tal  letizia  piove , 

Che  non  invidio  il  fuo  Nettare  a Giove. 

Ma  ’l  fuperbo , e bel  Convito  (*) 
Improvifo  or  li  trasforma: 

Là  dell’  Adria  in  feno  ordito 
Fu  ’l  lavoro,  onde  fi  forma, 

Di  bei  frutti , e fior  ripieno , 

Il  novel  Giardino  ameno . 

Dolci  poma  dilicate 

Non  da’  rami  itan  pendenti  ; 

Ma  ’n  diverfe  guife  ornate 
Di  crittallo  rilucenti 
S’ ergon  fìepi , u’  regna  altera 
Con  Autunno  Primavera . 


(*)  Quello  c un  Parterre  , for- 
mato di  Criftalli  , tutti  le- 
gati in  argento,  e con  raro, 
dilegno  ditìinti  in  differenti 
Pezzi  , che  arrivano  al  nu- 
mero di  3 3 . , i quali  con- 
gegnati inficine  compongo- 
no una  Pianura  deliziosa  x 
abondante  di  qualunque^ 
forra  di  Frutti  , e di  Fiori 
fi  pofsa  mai  dall’Arte  in- 
ventare ec. 


( L X V I.  ) 


L’ incorante , e rio  governo 

Qui  non  cangian  le  ftagioni  ; 

Ma  con  fiabil  giro  eterno 
Ri  cca  iempre  de’  lor  doni 
Non  offendon  gelo,  o arfura 
L’  amenifsiina  pianura . 

Su  colonne  criftalline 

Lucid’  Arco  altero  fiede , 

E di  fiori  ornata  il  crine 
Bella  Imrnago  ivi  fi  vede , 

Quas’  in  Tempio  amico  Nume, 
Sfavillar  d’  etereo  lume  . 

Da  maefira  mano  ardita 
Ve’  cangiata  la  figura 
Al  fottil  criftal , che  imita 
Qui  dell’  onda  la  natura  ; 

Pari  a quefta  in  alto  fide , 

Coni’  avefie  un  moto  eguale  . 

Sparlò  quivi  per  diletto 

Stuol  di  Ninfe , e di  Pallori 
Porge  in  dono  un  cefielletto 
Di  que’  frutti , e di  que’  fiori , 

Che  cortefe  altrui  comparte 
Con  Natura  unita  l’Arte. 

E perchè  ricco , e del  paro 

Fofise  il  bel  lavoro  adorno , 

Con  novel  diiègno  , e raro  , 

Vago  argenteo  fregio  intorno 
Agii  ierpe  , ed  alle  fponde 
Maggior  luce  accrefce , e infonde  . 

Cosi  intanto  la  sì  vaga 

Mens’  altera  ha  compimento , 

E di  quella  infiem  s’  appaga 
L’  occhio  , e il  guido  , che  alimento 
Trae  da  tanti  Frutti  eletti, 

Per  fapor  rari , e perfetti . 


( L X V I I.  ) 


E il  diletto,  il  gioco,  e il  riib, 
Che  a ciatcun  nel  bel  Convito 
Stafsi  Tempre  al  fianco  alsifo. 
Più  foave,  e più  gradito 
Rende  ’l  cibo , che  difpenfa 
La  fuperba  allegra  Menfa , 

Ma  già  ver  noi  la  fera 

Tacita  fìende  i vanni  : 

Pafsa  la  nobil  Schiera , 

E fu  morbidi  fcanni 

Indi  fi  afiide , e d’ aicoltar  s’ affretta 

Quella  dolce  armonia , che  tanto  alletta . 

Di  mille  faci  al  lume 

La  notte  ecco  s’ aggiorna  : 

Le  tremolanti  piume 
Non  men  bella,  che  adorna, 

Scioglie  Ninfa  gentile  all’  agii  canto  , 

Cui  cede  ogn’  altra  di  bellezza  il  vanto . 

L’ amabil  voce  appena 

L’  aer  rifirerto  fende  , 

Che  col  refpir  la  lena 
Perde,  ed  immobil  pende 
Stuolo  d’ eletti  afcoltator  , cui  meno 
Viene  a tanto  piacer  1’  alma  nel  leno . 

Di  mutici  tiramenti 

E’  1’  armonìa  concorde  , 

E tra  di  lor  non  Tenti 
Alcun , che  fi  difcorde., 

Che  a tutti  il  mio  Signore  alto  prefiede, 

E Tempre  a’  dubbj  palsi  altrui  precede . 

E chi  l’atcolta  invano 

Al  fuo  penfier  rammenta , 

Che  l’ induftriofa  mano , 

Che  tanto  ardifce , e tenta , 

Sol  da  primi  anni  al  nobil  Plettro  lieta 
Sdegnò  poicia  compir  la  bella  imprefa . 


Noja  , triftezza , e affanno , 

Rifse , livore , e frode , 

Lungi  di  qui  fi  ftanno  ; 

Perfetta  fol  fi  gode 

Gioja , e piacere , che  dell’  Oro  i giorni 
Non  fognata  Stagion  par , che  ritorni . 
che  le  fu  menzogna 
Quell’  aurea  età  felice , 

Già  non  vaneggia,  o fogna, 

Chi  pur  ragiona,  e dice. 

Che  forta  alfin , Signor , quella  è fra  noi , 
Se  il  più  bel  fiore  or  ne  godiam  con  Voi . 


Qualunque  parola  pofsa  fembrare  ne’  prefenti  Compo- 
nimenti, conforme  alle  opinioni  del  Gentileiìmo , 
“ ; l’Autore  fi  protefta  di  ufarla  fiolo  come  familiare 
al  linguaggio  de’ Poeti,  non  già  come  Cattolico,  quale 
fi  gloria , e profefsa  di  efiere . 


Nonis  Aprilis  MDCCXLIII. 
IMPRIMATUR 

F.  Jofeph  Maria  Felix  Ferrarmi  Ordini s Pradicatorum 
Sacra  Tbeo logia  Magifler  Commifsarius  Sanili  Offici! 
Mediolani . 

Francifcus  Curionus  Archipresbyter  Sanili  Enfebii  prò  II- 
luflrifsimo  , & Reverendissimo  D.  Vicario  Generali 
Capitulari  Sede  vacante. 


Carlius  prò  Excellentifsimo  Senatu . 


53Ì;Vf